Comune

Savoca

Savoca, (Messina) Tempo di lettura: circa 38 minuti
Sàvoca (Sàuca in siciliano) è un comune italiano di 1.821 abitanti della provincia di Messina in Sicilia.Savoca, borgo arroccato sopra un colle bivertice roccioso. Città d'arte e "paese dalle sette facce", dal 2008 è inserita nel circuito dei Borghi più belli d'Italia. Ha un'economia prevalentemente agricola che però si sta votando al turismo culturale. Sussistono coltivazioni di agrumeti, vigneti, uliveti, frutteti, mandorli, ortaggi e, allevamenti rurali di bovini, pecore, capre e suini. Sono altresì presenti piccole imprese artigiane dedite alla lavorazione del legno e dei prodotti agricoli locali nonché frantoi per l'estrazione dell'olio d'oliva locale. Conserva, nel suo territorio, antiche vestigia di origine medioevale, rinascimentale e barocca. È famoso anche perché possiede una cripta in cui sono custodite ed esposte le salme imbalsamate di alcuni notabili del paese risalenti ai secc. XVIII e XIX e, per essere stato scelto come set di numerosi film di grande successo, come il Padrino di Francis Ford Coppola del 1972 e La vita rubata del 2007. Conserva, nel suo centro storico, i ruderi di un'antichissima sinagoga medioevale, trasformata in civile abitazione dopo il 1470. Savoca fa parte del comprensorio turistico della Valle d'Agrò ed è altresì comune aderente all'Unione dei Comuni delle Valli joniche dei Peloritani e del P.I.T.13.Geografia fisicaTerritorioIl comune di Savoca ha un'estensione di circa 8 km². L'abitato è costituito da un centro storico e da tante frazioni più o meno piccole immerse nella campagna. La vegetazione presente è quella tipicamente mediterranea: nelle zone pianeggianti ci sono dei rigogliosi agrumeti, mentre nelle zone collinari sono presenti vasti vigneti ed uliveti.Il capoluogo comunale si trova a 303 metri s.l.m., conta 106 abitanti ed è costituito da un borgo medioevale ormai scarsamente popolato. La maggior parte della popolazione abita le frazioni di Rina (498 abitanti), San Francesco di Paola (407 abitanti) e Contura, che si trovano nei pressi della Fiumara d'Agrò nell'omonima valle. Le altre frazioni sono: Cucco, Màllina, Ròmissa, Mancusa, Mortilla, Botte, Rogani e Cantidàti Superiore; ormai del tutto spopolate ed abbandonate sono le frazioni di Barone, Cannùli, Malèrba e Rapone.StoriaAntichità e Alto Medioevo (III-XI secolo)Sulle origini della cittadina di Savoca esistono varie congetture.Secondo la prima (e più risalente) propugnata da alcuni eminenti studiosi, (Tommaso Fazello, Agatino Ajello e Giacomo Casagrandi Orsini) il primitivo centro abitato di Savoca ebbe origine in epoca tardo-romana, III-IV secolo d.C., allorquando le prime invasioni barbariche e l'inizio delle scorrerie dei pirati nel Mare Mediterraneo resero insicura la vita sul litorale ionico, ove sorgeva Phoinix, villaggio di origine fenicia, abitato da agricoltori e pescatori, che, nell'estate del 36 a.C. aveva dato ospitalità all'esercito di Sesto Pompeo prima della battaglia contro Ottaviano. Quindi sembrerebbe che, verso il 300/400 d.C., il villaggio di Phoinix, ubicato presso la foce del Torrente Agrò, ove sorge Santa Teresa di Riva, si spopolò fino a scomparire e, i suoi abitanti diedero origine a Pentefur, che fu il primo nucleo abitativo di Savoca.Un'altra teoria vorrebbe che l'origine di Savoca/Pentefur si collochi nel I secolo a.C., allorquando Ottaviano, distrusse Phoinix al fine di punirla per l'ospitalità data a Sesto Pompeo; in tal modo se ne retrodaterebbero le origni di almeno tre secoli. In virtù di dette teorie, il primitivo insediamento, che doveva essere discretamente popolato, era ubicato ove sorgono le rovine dell'omonimo castello e il quartiere del centro storico ancora nominato Pentefur.Secondo una leggenda tardo medievale, Savoca venne fondata da cinque ladroni (pente dal greco cinque, e fur dal latino ladro) che evasi dal carcere della vicina Tauromoenium, trovarono sicuro rifugio sul colle bipartito ove sorge il centro storico di Savoca, e da lì iniziarono le loro scorrerie per le contrade vicine. È probabile, però, che il sito del colle di Pentefur sia stato sede di insediamenti umani a partire dall'età preistorica e fino alla tarda età romana.Infine, potrebbe sembrare condivisibile anche la teoria di alcuni storici locali moderni, secondo la quale Pentefur non sarebbe stata altro che l'arx, cioè l'acropoli, della città greco-punica di Phoinix. A tutt'oggi, l'assenza di ritrovamenti archeologici non consente di stabilire quale delle suesposte teorie sia corrispondente alla realtà dei fatti.Nel 1936, padre Basilio Gugliotta da Naso e padre Giampietro Rigano da Santa Teresa di Riva, frati cappuccini che abitarono per decenni nel convento di Savoca, sostenevano che i Pentefur non fossero cinque briganti, ma un gruppo di persone, forse di origine fenicia, venuto dalla città di Phoinix, in un periodo in cui, per un motivo o per un altro, la vita sul litorale non era più sicura e agevole. Il toponimo Pentefur deriverebbe quindi dal patronimico punico Punctifur che stava probabilmente a indicare il nome di un eroe o capopopolo o di un qualche gruppo sociale. La teoria sostenuta dai due frati Cappuccini è quella che sembra più vicina alla realtà storica dei fatti, non sussistendo fonti storiche o reperti archeologici visibili che possano smentirla. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Pentefur fu colonizzata dai Bizantini, che ne fecero un villaggio fortificato.La rocca di Pentefur venne conquistata dagli arabi nell'827 d.C. e rimase sotto il loro dominio fino al 1072, quando i normanni invasero la Sicilia. Gli arabi la ribattezzarono Kalat Zabut (Rocca del sambuco, dal nome della pianta che cresce rigogliosa su quelle alture) e riedificarono l'antica fortezza tardo-romana di Pentefur che mantiene ancora il primitivo nome. Durante la dominazione araba, Savoca conobbe il suo primo periodo di sviluppo, vennero introdotte le coltivazioni degli agrumi, della melanzana, della canna da zucchero, del cotone e dell'albicocco, l'allevamento del baco da seta e fiorì l'arte dei mastri tintori, arte di origine fenicia, portata su quei colli dagli antichi abitatori di Phoinix.Basso Medioevo e Rinascimento (XI-XVII sec)Lo sviluppo di Savoca si incrementò sotto i Normanni, i quali ribattezzarono l'araba Kalat Zabut in Sàbuca termine tardo-latino che sta ad indicare la pianta del sambuco, inoltre cinsero la città con una cinta muraria dotata di due porte d'accesso di cui una esistente.Nel 1139, il re di Sicilia Ruggero II d'Altavilla il Normanno istituì una Baronia, detta "Universitas Sabucae" o "Terra di Savoca", ponendo sotto la sua giurisdizione politica, amministrativa, religiosa e giudiziaria tutti i centri abitati compresi tra il Torrente Agrò ed il Torrente Pagliara (compresi i villaggi di Misserio, Locadi e Pagliara) e tra il mare Jonio e la linea spartiacque della catena dei monti Peloritani. Tale immenso territorio, venne donato in feudo all'Archimandrita di Messina, il quale, possedeva personalmente 24 dei 48 feudi in cui la Terra di Savoca era ripartita e, da signore feudale, vi esercitava i poteri di "mero e misto imperio", nominando alle cariche di governo della città persone di sua esclusiva fiducia. Il primo signore della Terra di Savoca fu l'archimandrita messinese Luca I, abate basiliano. Furono i normanni che nel XII secolo edificarono a Savoca la Cattedrale dedicata alla Madonna Assunta, la quale si conserva ancora pur avendo subito una consistente modifica strutturale nel XV secolo. Il più antico documento esistente che parla di Savoca risale al XII secolo, è custodito nell'Archivio Vaticano, si tratta di un documento fiscale denominato "Collectoria".Nel corso del Duecento la cittadina di Savoca si arricchisce di almeno due edifici sacri (la Chiesa di San Michele e la Chiesa di San Nicolò); prende parte alla Quinta Crociata e, nel 1282, partecipa ai Vespri siciliani, fornendo venti arcieri a Pietro III d'Aragona per la difesa della strada tra Messina e Taormina.Tra il XIV secolo ed il XV secolo la cittadina venne almeno una volta cinta d'assedio da corsari barbareschi, senza essere mai espugnata. Il 30 novembre 1355, pochi mesi dopo la sua ascesa al trono, re Federico IV di Sicilia, eleva il Castello di Pentefur a Castello Regio, sottraendolo al controllo politico degli Archimandriti messinesi ed attribuendolo al nobile messinese Guglielmo Rosso Conte d'Aidone. Esiste ancora la lettera con cui Federico IV ordina, all'archimandrita Teodoro ed ai sindaci e giurati di Savoca, Costantino Cuglituri, Martino Ricio, Antonio Ricio, Giovanni di Sciacca, Iacobino di Anastasio, Bartolotta di Sciacca, Nicolò de Blasio, Nicolò Lupo e notar Pietro Mule, di recarsi al Palazzo della Curia di Savoca per giurare fedeltà al nuovo capitano del castello. Secondo documentate testimonianze i suddetti notabili e ufficiali si rifiutarono di obbedire al re e si aprì un turbolento periodo che si concluse circa trent'anni dopo, quando Savoca ed il suo castello tornarono saldamente sotto il diretto controllo degli Archimandriti. A metà del Trecento anche Savoca venne colpita dalla peste nera che decimò la popolazione residente e frenò l'ascesa sociale, economica e politica della città. Per sopperire alle gravi perdite demografiche, la città, durante tutta la seconda metà del XIV secolo, fu soggetta ad un lento ma costante ripopolamento che fu alla base del grande sviluppo che caratterizzò i due secoli successivi.L'inizio del Quattrocento porta nella Terra di Savoca una ventata di prestigio e di sviluppo sia economico che demografico. Proprio in questo periodo si stabiliscono nella cittadina collinare, provenienti dall'allora fiorente Messina, esponenti della nobiltà e dell'alta borghesia, stiamo parlando dei Bucalo, dei Trimarchi, dei Crisafulli e dei Trischitta. Lo stesso archimandrita messinese Luca IV de Bufalis tra il 1421 ed il 1450, accompagnato da tutta la sua corte, si trasferì stabilmente in Savoca. Nel 1468, papa Paolo II, istituì una minuscola diocesi archimandritale, con capoluogo Savoca, comprendente i territori di Casalvecchio, Pagliara, Locadi, Antillo, Misserio, Forza d'Agrò, Mandanici, Alì, Itala, San Gregorio e Sant'Angiolo. Nella seconda metà del Quattrocento il paese di Savoca conobbe, ad iniziativa dell'archimandrita Leonzio II Crisafi, un vivace incremento edilizio e demografico. Venne ampliata e ristrutturata, ad opera del capomastro locale don Pietro Trimarchi, la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta. Subirono analoghi interventi di ampliamento anche la chiesa di San Nicolò e la chiesa di San Michele. Il Castello di Pentefur venne restaurato e ampliato; l'abitato, che fino allora era abbarbicato al colle bivertice di Pentefur, si espanse sensibilmente. Nacquero così, fuori dalla cinta muraria, due nuovi quartieri: "Lu Burgu", (il Borgo) con svariate ed eleganti abitazioni appartenenti alle famiglie più agiate, e "Sant'Antonio", con l'omonima chiesetta scomparsa. Infine, tra il 1444 e il 1456, presso piazza Fossìa, si eressero la sontuosa chiesa dedicata a Santa Lucia e l'annesso convento Domenicano, crollati per una frana nel 1880.Fino al 1492, nella Terra di Savoca era presente un'importante e laboriosa comunità ebraica: se le origini della presenza ebraica nel territorio savocese non sono ben chiare, esistono tuttavia preziosi documenti, risalenti al 1409 ed al 1470, dai quali si evince che a Savoca, in quegli anni, dimoravano circa 250/300 ebrei, ripartiti in circa 50/60 famiglie. I giudei savocesi erano soprattutto abili tessitori e tintori e non mancavano quelli dediti alla lavorazione del ferro e della seta ed alla coltivazione della canna da zucchero e della vite. Il gruppo più consistente di ebrei era dislocato nel centro abitato di Savoca e in quello vicino di Casalvecchio, ove esiste ancora una via del centro storico nominata "Strada della Judeca". Di tale comunità giudaica facevano parte anche persone economicamente agiate, ciò si evince dal fatto che, nel marzo 1492, quando venne emanato l'editto di espulsione da parte di re Ferdinando II d'Aragona, i notabili savocesi del tempo non si fecero scrupoli per accaparrarsi più ricchezze possibili tra quelle confiscate agli ebrei. Nel centro storico, accanto alla duecentesca Chiesa di San Michele, esistono ancora i ruderi di quella che fu la sinagoga. Anche nella toponomastica e nei cognomi locali sono rimaste evidenti tracce di questa consistente presenza ebraica.Tra i primi anni del XV secolo e la fine del XVII, Savoca raggiunse il suo massimo splendore, essendo, con Taormina, la città più importante nel territorio compreso tra la Scaletta ed il fiume Alcantara, arrivò a contare, nel censimento del 1540, ben 5.145 abitanti (Catania, nello stesso censimento, non superò i trentamila). Nella seconda metà del XVI secolo, Savoca è inserita nella Comarca di Taormina e mette a disposizione una legione di 72 fanti e 2 cavalli. La città di Savoca, verso la metà del secolo XVI, ambiva ad una certa autonomia amministrativa e giudiziaria da Messina; nel 1567, tra lo Strategoto messinese e la Corte Capitanale savocese nacque una controversia territoriale sull'esercizio della giurisdizione civile e penale nella Terra di Savoca. Notevole era lo sviluppo delle attivita agricole, commerciali e artigianali come la coltura della vite e del baco da seta(in quegli anni erano censite nella Terra di Savoca circa venti filande per la lavorazione della seta). Il vino, l'olio d'oliva, e le sete savocesi erano famosi e ricercati in tutta la Sicilia e non solo, nel 1541, re Carlo V ricevette in dono dal Senato Messinese cento botti di rosso vino savocese.Oltre all'agricoltura ed alla fiorente industria della seta, erano sviluppati i settori della pesca, dell'artigianato e dell'estrazione mineraria; riferisce Vito Amico che, nel territorio di Savoca, erano presenti giacimenti di piombo, ferro ed antimonio, una piccola cava di marmo ed "acque col sapore di petrolio". Secondo riveli risalenti al 1584, la cittadina di Savoca risultava ripartita in quattro quartieri: il Quartiere della Porta, il Quartiere delle Torri, il Quartiere della Maggiuri Ecclesia ed il Quartiere dello Burgo.Dal 1589 il litorale costiero sotto la giurisdizione savocese assume grande rilevanza strategico-militare, tanto da essere costantemente presidiato da una guarnigione spagnola. Nel 1652, in Savoca erano censite 1.156 case, sorgevano ben 17 chiese, tre conventi, un ospedale (ubicato, a detta dello storico Giuseppe Trischitta, nel quartiere San Giovanni) e diversi eleganti palazzotti signorili appartenenti alle famiglie più ricche del paese, tra queste si ricordano i Bucalo, i Crisafulli, i Trimarchi, i Trischitta, i Fleres, gli Scarcella, i Nicòtina, i Salvadore, i Prestipino, i Toscano, i Coglitore, i Procopio, i Cacopardo, ed i Pugliatti; Vito Amico, a metà del XVIII secolo così elogiava l'abitato di Savoca: "Presentano leggiadria gli edifici dei cittadini, ma ineguali sono le vie giusta l’indole del declive terreno".Tra gli archimandriti messinesi che nei secoli si distinsero maggiormente per lo sviluppo di Savoca, spiccano sicuramente sopra tutti Leonzio II Crisafi in cattedra dal 1468 al 1503 (che restaurò il Castello di Pentefur e la chiesa matrice, promuovendo la realizzazione di altre opere) e Alfonso d'Aragona (in cattedra dal 1503 al 1510) che per primo avviò il popolamento e lo sfruttamento delle desolate contrade della Marina di Savoca. Successivamente, tutti gli altri archimandriti non furono molto interessati allo sviluppo di Savoca, anzi, non mancano casi di spoliazione di opere d'arte preziose dalle chiese savocesi nel corso dei secoli; tra il XVI ed il XIX secolo, molti Archimandriti vedevano Savoca come una mera proprietà privata da sfruttare, non preoccupandosi del suo sviluppo. Nella fase di massima espansione geografica (XVII secolo), sotto la giurisdizione politico-amministrativa della Terra di Savoca, erano compresi gli attuali comuni di Savoca, Santa Teresa di Riva, Furci Siculo, Casalvecchio Siculo, Antillo, Roccalumera (in parte) e Pagliara.Dal 1647 al 1853Nonostante il discreto sviluppo agricolo, artigianale e mercantile, Savoca subisce la dominazione spagnola e la sottomissione alla città di Messina, da cui è, dal 1435, ingiustamente costretta a dipendere per l'approvvigionamento del grano; quindi i savocesi, per far fronte alla carenza di grano e quindi alla fame, sono costretti a fare affidamento solo ed esclusivamente sulle non floride scorte del Capoluogo Peloritano. A causa di questo grave stato di cose, la popolazione di Savoca patì diverse carestie, famose rimasero quelle del 1609 e del 1646.Proprio durante la carestia che colpì la Sicilia nel 1646/1647, emersero prepotentemente le misere condizioni in cui era costretta a vivere la plebe savocese, oppressa dal malgoverno spagnolo e dallo sfruttamento perpetrato dalla nobiltà locale. Sull'onda dei moti di Catania del maggio 1647 e Palermo, dell'estate 1647, capeggiati da Giuseppe D'Alesi e della Rivolta di Masaniello a Napoli, a Savoca si ordì una congiura antispagnola ed antinobiliare. Stando a quanto narra Caio Domenico Gallo, la mattina di domenica 14 luglio 1647, era prevista l'insurrezione, capeggiata da tre capipopolo locali (di cui si ignorano i nomi), si dovevano prendere d'assalto e bruciare le case dei nobili, i cui magazzini erano pieni di olio, farina, vino e altri generi alimentari. Tuttavia, il giorno prima della rivolta, una spia mise in guardia le autorità, i promotori vennero arrestati, torturati e giustiziati nel Castello di Pentefur, i loro cadaveri furono appesi a testa in giù in piazza Fossìa, era la mattina di domenica 14 luglio 1647. Continua ancora Caio Domenico Gallo dicendo che nella nobile città di Messina si sparse voce che i "paesani savocesi erano gente audace, facinorosa e violenta"; da allora e per molti anni, su ordine del Senato Messinese, durante la notte, le strade ed i quartieri di Savoca erano sorvegliati da ronde continue di soldati.In occasione della Rivolta antispagnola di Messina del 1674, Savoca rimase fedele alla Spagna. Tuttavia, il 3 novembre 1676, dopo la caduta di Taormina e Scaletta in mano francese e, dopo le devastazioni perpetrate dai messinesi alla vicina città di Fiumedinisi; i savocesi (volendo scongiurare un violento assalto nemico alla loro città) si arresero senza combattere ai francesi e alla ribelle Messina (che a questi ultimi aveva chiesto aiuto contro gli spagnoli) concludendo con questi una vantaggiosa capitolazione. Quest'atto di capitolazione della Terra di Savoca alle armate francesi venne stipulato tra una delegazione di diciassette notabili savocesi guidata dal Capitano giustiziere cittadino don Stefano Trischitta ed il visconte di Vivonne Louis Victor de Rochechouart de Mortemart, comandante del contingente transalpino. In base a detta vantaggiosa capitolazione i francesi accordarono alla città di Savoca svariati privilegi politici ed economici, primo tra tutti, quello di erigerla a città principale di un territorio compreso tra il Capo Alì e il Fiume Alcantara (declassando la stessa Taormina) e, migliori condizioni di vita per i ceti meno abbienti. Fu proprio negli anni a cavallo della Rivolta di Messina che fiorì tra Messina, Palermo e Napoli il pittore savocese Filippo Giannetto, sconosciuto ai più.La feroce reazione di re Carlo II non tardò. Dopo la Pace di Nimega, i francesi abbandonarono Messina ad un tragico destino l'8 aprile 1678. Gli spagnoli, dopo aver sedato le rivolte e riconquistato Messina ne decretarono la morte civile e privarono Savoca dei numerosi (ma effimeri) privilegi economici e politici concessi dai francesi. Già nel 1695, Savoca perse il dominio sui villaggi di Pagliara e Locadi. Nel 1693 un catastrofico terremoto devastò la Sicilia sud-orientale, la cittadina di Savoca venne colpita solo marginalmente; tuttavia, secondo antiche cronache il terremoto cagionò ingenti danni al Castello di Pentefur ed alla Chiesa di San Nicolò.Con il Trattato di Utrecht, nel 1713, la Sicilia passò dalla Spagna ai Savoia, i quali, nel 1718, la cedettero all'Impero Austriaco, quest'ultimo spadroneggiò sull'isola fino al 1735; tale situazione politica produsse una grave crisi economica in tutta l'isola, anche a causa dell'introduzione della famigerata ed ingiusta tassa sul macinato. Le condizioni economico-sociali del popolo minuto erano spesso insostenibili, tuttavia non mancarono fulgidi esempi di filantropia da parte della nobiltà e del clero locali: il sac. Vincenzo Giannetto con testamento datato 28 marzo 1758 istituì un Monte frumentario con un capitale di cento onze, qualche decennio più tardi, nel 1838, don Vincenzo Maria Trischitta (1772-1852) istituì un altro Monte frumentario a sostegno dei contadini poveri del comune di Savoca. A partire dalla metà del XVIII secolo inizia il lento ma inesorabile declino della Terra di Savoca. La cittadina inizia lentamente a spopolarsi, alla fine del Settecento, consta di circa 2.000 abitanti, la metà rispetto a un secolo prima. Nell'estate del 1743, un'epidemia di peste, propagatasi da Messina, colpisce Savoca e le sue contrade cagionando numerosi decessi. Tale evento accelerò la progressiva decadenza e lo spopolamento di questo antico centro collinare. È proprio dalla seconda metà del secolo XVIII che gruppi sempre più consistenti di savocesi si spostano verso le contrade rivierasche, dove ormai la minaccia delle scorrerie piratesche è quasi scomparsa. Nel 1795 il grosso centro di Casalvecchio si emancipa dal dominio savocese, costituendosi comune autonomo.Dal 1812 si procede alla soppressione del feudalesimo in Sicilia. Nel 1817, Savoca viene inglobata nel Distretto di Castroreale e, diventa capoluogo del Circondario di Savoca: uno dei 27 circondari in cui l'antica Provincia di Messina era ripartita. Nonostante tutto ciò, si accentua la sua decadenza economico-politica. Dal 1º ottobre 1818 la Terra di Savoca diventa il comune di Savoca governato da un sindaco di nomina governativa (l'ultimo Archimandrita ad esercitare il mero e misto imperio fu Emanuele II De Gregorio) coadiuvato da un Primo eletto, un secondo eletto (con funzioni simili ai moderni assessori) ed un capo urbano (con funzioni di polizia ed ordine pubblico) nonché da un cassiere comunale e un cancelliere archiviario. Venne altresì istituito il Decurionato, che era un consiglio comunale, composto da 10 membri eletti e facenti parte dei ceti più ricchi della cittadinanza, cui erano attribuite le funzioni di nomina degli eletti del cassiere e del cancelliere, nonché di fornire una terna di nomi dalla quale poi l'intendente provinciale, rappresentante del Governo borbonico, nominava il sindaco.In occasione dei Moti del 1820-1821, in Savoca si registrarono dei gravi tumulti popolari. Detti tumulti, capeggiati tra gli altri da Angelo Caminiti (1781-1855) e Carmelo Gugliotta, si verificarono tra il 23 ed il 30 luglio 1820 e, vennero orditi da alcuni esponenti della Carboneria locale che fomentarono la plebe composta da contadini, operai e pescatori. In quell'occasione, gli abitanti delle borgate rivierasche, esasperati della pesantissima pressione fiscale imposta dall'amministrazione savocese, assalirono il centro storico, devastarono il Palazzo municipale e la sede del Giudicato, subito dopo espugnarono il carcere liberando i detenuti; infine, incendiarono l'antico archivio cittadino e misero a soqquadro le residenze private del sindaco, avv. Domenico Scarcella, del giudice circondariale dott. Onofrio Prestipino, del cassiere comunale notar Vincenzo Crisafulli-Nicòtina, e dei fratelli sacerdoti Vincenzo e Giuseppe Trimarchi, arcipreti del paese.Tra il 1820 ed il 1830, in Savoca, si esercitavano ancora ben 25 mestieri, i più diffusi erano: tintore, murifabbro, mulattiere, mugnaio, ferraio, calzolaio, bracciale, bottaio, aromatorio; nello stesso periodo, esistevano, altresì, alcune professioni femminili, quali filandaia, tessitrice, levatrice e faticatrice. Dal 1846, anche il villaggio di Antillo si separa da Savoca, diventando comune autonomo.La mattina del 25 dicembre 1847, per le vie di Savoca, comparvero affissi dei manifesti che recavano il seguente proclama: "Fratelli, l'ora è sonata! All'armi! All'armi!", poche settimane dopo, il 12 gennaio 1848, a Palermo scoppiavano i moti che avrebbero infiammato l'intera Europa. Anche Savoca, quindi, prendeva parte ai moti del 1848; sotto la guida di alcuni personaggi locali desiderosi di scalzare dal potere le famiglie aristocratiche. Tali moti fallirono poco più di un anno dopo, tuttavia i promotori poterono godere di generale amnistia. Il 17 marzo 1851, il Decurionato savocese, convocato a Messina, presso la sede dell'Intendenza Provinciale Messinese, deliberò a maggioranza (6 voti contro 4) il nulla osta all'autonomia comunale delle borgate della Marina.Dal 1854 ai giorni nostriNel 1854 le borgate rivierasche di Furci, Bucalo, Porto Salvo e Barracca si separarono dall'amministrazione savocese dando origine al comune di Santa Teresa di Riva. Allo stesso periodo risale la crisi della viticoltura e della bachicoltura, quest'ultima causata dall'annessione della Sicilia al neonato Regno d'Italia nel 1861: la costruzione della strada rotabile sul litorale ionico (oggi Strada statale 114 Orientale Sicula Messina-Siracusa) nel 1828 e la realizzazione della Ferrovia Messina-Siracusa nel 1867 tagliarono Savoca fuori dalle principali vie di comunicazione. Tra il 1796 ed il 1863 l'Arcipretura della Chiesa Madre savocese perde, dopo secoli, la supremazia su chiese, parrocchie e cappelle dei comuni circostanti. Nel 1855 Savoca cessa di essere capoluogo del suo circondario, perde le sedi del Regio Giudicato e del Carcere che vengono trasferite a Santa Teresa di Riva, nuovo capoluogo di Circondario; nello stesso anno chiude i battenti l'ultima filanda. Tutti questi fattori ebbero come conseguenza lo scivolamento della popolazione verso i comuni rivieraschi (soprattutto verso Santa Teresa di Riva) e l'incremento della piaga dell'emigrazione verso l'estero o il nord Italia che spopolarono quasi completamente questo antico centro collinare.Ad aumentare la decadenza influirono anche fattori di carattere naturale. Nel gennaio 1880, dopo 17 giorni di pioggia incessante, un grande movimento franoso trascinò con sé quasi tutto il quartiere di Sant'Antonio con l'omonima chiesetta del XVI secolo e la grande e monumentale chiesa di Santa Lucia con l'annesso convento dei Domenicani del 1465. Il drammatico evento non cagionò vittime, ma fece diminuire sensibilmente gli abitanti di Savoca che si trasferirono altrove. Nel 1884 si procedette alla soppressione della minuscola ed inutile diocesi archimandritale di Savoca, costituita nel 1468.Nel XX secolo, anche il terremoto del 1908 contribuì alla decadenza di Savoca, provocando il crollo del palazzo municipale (l'antica Curia del XIV secolo) e danneggiando la Chiesa Madre e la Chiesa di San Nicolò. Nel 1928, si procedette alla soppressione, ad opera del regime fascista, del comune di Savoca ed al suo accorpamento a quello di Santa Teresa di Riva; in questo periodo la decadenza di Savoca toccò il culmine, l'antico paese venne spogliato per mano di una classe politica senza scrupoli, lo stesso palazzo municipale venne venduto all'asta. Tale situazione amministrativa si mantenne fino al 1948, allorquando, grazie all'interessamento del deputato savocese avv. Rosario Cacopardo e ad un provvedimento della Regione Siciliana, Savoca, finalmente, riconquistò l'autonomia comunale. Nel 1962, Leonardo Sciascia trascorse a Savoca una settimana di villeggiatura, ospite del convento dei Cappuccini. Rimase talmente affascinato da questa antica cittadina collinare, che scrisse e pubblicò svariati articoli, aventi per oggetto le bellezze di Savoca, su alcuni quotidiani nazionali.In una lapide che si trova a Savoca si legge un brano tratto da uno dei suoi articoli scritti per un quotidiano durante il periodo della sua permanenza nel paese:Solo negli ultimi 40 anni Savoca sta lentamente vivendo un nuovo periodo di sviluppo, grazie anche al fatto che dal 1970 è stata scelta come set di numerosi film e fiction di grande successo; in primis il Padrino di Francis Ford Coppola. Il centro storico si sta gradualmente ripopolando e sviluppando urbanisticamente mediante dei precisi parametri che mirano a valorizzare il patrimonio architettonico e paesaggistico presente. Savoca, per il suo sviluppo futuro sta puntando sul turismo di qualità, hanno infatti aperto i battenti diversi agriturismi, qualche bed and breakfast ed un resort a quattro stelle nonché alcuni ristoranti di cucina tipica siciliana. Dal 1997 a Savoca è stato istituito un comando stazione del Corpo forestale della Regione siciliana. Dal 2008 Savoca è inserita tra i Borghi più belli d'Italia. Nel mese di luglio del 2010, il Ministero per i Beni e le Attività culturali ha finanziato un progetto che prevede la ricostruzione virtuale del borgo medievale di Savoca dalle origini ai giorni nostri, ripercorrendone tutte le fasi storiche. Nell'aprile del 2014 l'antico borgo di Savoca è stato scelto dall'Attore e regista Rocco Papaleo come set per le riprese della pubblicità della Birra Moretti, con interprete principale il noto attore Orso Maria Guerrini.Le cariche di governo di Savoca tra il XII secolo ed il 1818Alla luce di quel che risulta dalla Capitolazione della Terra di Savoca alle Armate francesi del 1676 e dal Lexicon Siculum di Vito Amico del 1757; possiamo affermare che, tra il XII secolo e il 1818, oltre all'archimandrita, signore feudale, le maggiori cariche di governo e giurisdizione della cittadina di Savoca erano:I giurati, in numero di due; erano al vertice del potere esecutivo, il loro incarico era annuale, iniziava il 1º settembre e si concludeva il 31 agosto. Possedevano un'ampia gamma di compiti e poteri. Venivano eletti dai cittadini savocesi più facoltosi, attingendo da una lista di nomi di persone probe e gradite all'Archimandrita. Avevano diritto al voto solo le classi più agiate, il popolo minuto non aveva alcun diritto di partecipazione alla vita amministrativa.Il sindaco, anch'egli durava in carica un anno (dal 1º settembre al 31 agosto), era scelto tra le personalità più illustri della città. Al pari dei due giurati, con i quali condivideva le mansioni, era al vertice del potere esecutivo; aveva il compito di rappresentare la Terra di Savoca all'esterno di essa, in particolare presso la Corona, presso il Parlamento Siciliano o anche presso le altre città. I due Giurati, il Sindaco e un Notaro costituivano un organo collegiale detto Corte Giuratoria a cui era affidata l'amministrazione cittadinaCapitano giustiziere, chiamato altresì capitano di giustizia o capitano di guerra, era la massima carica giudiziaria e militare della Terra di Savoca. Presiedeva la Corte Capitanale costituita, altresì, da un giudice, un assessore ed un notaro. "Amministrava la giustizia criminale; difendeva le Terre, i Casali, i Castelli, i beni e proteggeva gli abitanti; garantiva l'ordine pubblico ed era giudice penale di primo grado". Si avvaleva di subalterni: militi, guardie e scudieri. Era nominato personalmente dall'archimandrita e lo rappresentava. Generalmente durava in carica un anno. Secondo alcuni storici, i membri della corte capitanale erano altresì nominati i quattro curatores criminum.Inquisitore dei misfatti, era il giudice della Santa Inquisizione presso la Terra di Savoca.Iudice del baiulo, era nominato dall'archimandrita, esercitava la giurisdizione civile di primo grado, poteva diventarlo solo chi era stato giurato o sindaco.Secreto, aveva mansioni fiscali e tributarie, era esattore di tasse e gabelle.Conservatore, custodiva gli atti ed i documenti cittadini.Notari, in numero di due. Uno assisteva i due giurati, l'altro il capitano giustiziere, nell'espletamento delle loro funzioni. In Savoca i notari erano scelti dall'archimandrita su proposta dei giurati.Tesoriere, custodiva l'erario cittadino.Capitano di fanteria, erano più di uno, avevano mansioni militari, di polizia e di ordine pubblico.Caporali, rappresentavano la massima autorità civile e militare sui borghi periferici. Erano sottoposti al controllo dei giurati e del Capitano giustiziere, ogni villaggio dipendente da Savoca aveva il suo caporale.Monumenti e luoghi d'interesseArchitetture religioseNel centro storico di Savoca sorgevano anticamente 17 chiese, molte delle quali sono ancora esistenti.Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, è la Chiesa Matrice di Savoca ed è un monumento nazionale italiano dal 1910. Edificata nel 1130, presenta una facciata a doppio spiovente con un portale centrale, di impostazione rinascimentale, spinto verso l'alto da paraste laterali che guidano lo sguardo verso il rosone in pietra lavica a cinque bracci. Nella cripta della chiesa nei secoli passati si procedeva alla mummificazione delle salme dei notabili del paese. Fu sede periferica dell'archimandrita di Messina di cui all'interno si conserva la cattedra lignea.Dal 2014, l'Arcipretura di Savoca è retta da don Agostino Giacalone, arciprete altresì di Casalvecchio Siculo.Chiesa di San Michele, costruita attorno al 1250, per volere degli Archimandriti, era la chiesa del Castello di Pentefur, ampliata nei primi decenni del XV secolo, venne ristrutturata ed affrescata agli inizi Seicento, seguendo lo stile Barocco.Chiesa di San Nicolò, edificata nel XIII secolo, fino a tutto il XVII secolo era riccamente adornata con affreschi in stile bizantino. L'edificio odierno presenta un'architettura settecentesca frutto di un rimaneggiamento successivo. Conserva una statua lignea di Santa Lucia eseguita dallo scultore Reginaldo D'Agostino. Nel 1970, all'esterno di questo edificio sacro vennero girate alcune celebri scene del film Il Padrino di Francis Ford Coppola.Chiesa del Calvario, edificata nel XVIII secolo sul luogo dove già prima dell'anno 1000 esisteva un eremo ove dimoravano alcuni monaci basiliani provenienti dall'abazia della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo d'Agrò. È dedicata alla "beata Vergine dei Sette Dolori e della Santa Croce". Vi hanno luogo, ogni anno, le rappresentazioni della Settimana Santa.Chiesa di San Rocco, edificata nel 1593, ne rimangono solo le mura perimetrali e il portale in pietra, si trova nell'omonimo quartiere, un tempo densamente popolato, soprattutto dai pescatori, è ad unica navata. Nonostante le piccole dimensioni, questo sacro edificio, anticamente, era riccamente adornato con opere di pregio, poi scomparse. Inoltre, tra il XVII ed il XIX secolo, il 16 agosto di ogni anno, questa chiesa e tutto il quartiere circostante erano al centro di sontuosi festeggiamenti religiosi in onore a San Rocco. In quegli anni la festa in onore a San Rocco era la più sontuosa delle feste savocesi dopo quella della patrona Santa Lucia.Chiesa di San Giovanni, risale al XVI secolo; di essa sussistono solo le mura perimetrali, peraltro in cattive condizioni di conservazione. È situata nell'omonimo quartiere e, nonostante le piccole dimensioni, aveva una grande importanza poiché era attigua all'antico Ospedale di San Giovanni attivo fino a tutto il secolo XVIII e non più esistente. Nei secoli passati, anche questa chiesa ed il quartiere circostante erano al centro di solenni festeggiamenti tradizionali che si svolgevano il 23 e 24 giugno in onore, appunto, di san Giovanni Battista.Chiesa dell'Immacolata (oggi centro filarmonico) ubicata in via San Nicolò, tra il quartiere San Rocco e la Chiesa Madre, venne edificata nel 1621 ad opera dei Frati Minori Francescani, che avevano un convento nelle immediate vicinanze (nel sito ove sorge l'ex plesso delle scuole elementari trasformato poi in albergo). Un primo convento era stato edificato nel XIII secolo per volere dello stesso Sant'Antonio da Padova in Contrada Misericordia, una zona boscosa fuori dall'abitato. Successivamente, nel 1617, i frati si spostano nel sito in questione, proprio nel cuore del centro urbano, ove avevano acquistato una casa con annesso terreno, da don Giuseppe Trimarchi; viene edificato un nuovo convento ed una nuova chiesa, in stile barocco, che ammiriamo. La chiesa, era in realtà dedicata a sant'Antonio da Padova ma il popolo, fin dalle origini, la nominava la Chiesa dell'Immacolata. Fino al 1940 era aperta al culto, poi andò in rovina. Nel 1998 è stata pregevolmente restaurata e adibita a centro filarmonico comunale, durante i lavori di restauro emersero, da sotto il pavimento, le sepolture dei frati del convento. Questa chiesa ospitava pure le tombe delle facoltose famiglie locali dei Trimarchi e dei Nicòtina, risalenti ai primi anni del XVIII secolo, abbellite da pregevoli stemmi marmorei conservati al museo comunale. Il Centro Filarmonico comunale ha circa cento posti a sedere ed è sede di concerti e di conferenze.Chiesa di San Biagio, cappella privata di antica origine, la si trova fuori dal centro abitato, in mezzo a uliveti e vigneti, in contrada Iazzani, è stata restaurata ad opera dei proprietari ed il giorno di San Biagio, il 3 febbraio di ogni anno, viene aperta al culto. Appartiene alla Cantante Lirica Lucia Aliberti.Chiesa di Gesù e Maria, situata su un'altura a due passi dalla chiesa di San Michele e dal Museo, nel quartiere San Michele. È di origine cinquecentesca, è ad unica navata. L'interno presenta uno stile barocco.Secondo antichi documenti risalenti al 1630, per alcuni anni, questa chiesa sostituì la vicinissima chiesa di San Michele, la quale era chiusa perché inagibile, per la celebrazione dei riti religiosi. Fino alla fine del XIX secolo era aperta al culto. Nel 1950, essendo l'edificio ormai in rovina, venne asportato l'altare maggiore, che venne collocato nella Chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia in Santa Teresa di Riva, ove si ammira. Sotto il pavimento di questo edificio sacro si scorgono ancora delle tombe sicuramente appartenenti a personaggi locali blasonati. Di questa chiesa restano solo le mura perimetrali adornate all'interno da preziosi fregi ed il prezioso portale in pietra.Chiesa di Santa Lucia, edificata nel XV secolo dai Monaci Domenicani, era annessa al loro convento e prospettava su piazza Santa Lucia, l'odierna Piazza Municipio. Più volte abbellita venne resa grande e sontuosa. A navata unica, era dotata al suo interno di ben nove altari, cinque sepolture gentilizie e delle nicchie sotterranee per l'esposizione dei cadaveri mummificati. Sorgeva ove oggi si trova il palazzo municipale, crollò nel gennaio 1880 a causa di una poderosa frana. Si salvarono soltanto poche reliquie: la preziosissima statua argentea di Santa Lucia, del 1666; un quadro seicentesco raffigurante la Madonna del Parto; un pregevole mezzo busto marmoreo di Santa Lucia risalente al XV secolo. Queste opere sono conservate presso la chiesa di San Nicolò.Chiesa di Sant'Antonio Abate, costruita verso la fine del XV secolo, ne rimangono solo poche rovine sepolte nel sito ove si trova il campo da tennis. Situata nel quartiere di Sant'Antonio, crollò anch'essa a causa della frana del 1880.Chiesa di Santa Domenica, antica chiesa quattrocentesca di piccole dimensioni, situata nella frazione Cucco, dagli anni 1990 è chiusa al culto.Chiesa di San Francesco di Paola, con molta probabilità risale al XVIII secolo. Dipende dalla chiesa parrocchiale di Santa Rosalia a Rina.Chiesa di Santa Rosalia, sorge nella frazione Rina, ha forma ottagonale ed è stata costruita nel 1968 sulle rovine di una preesistente chiesa edificata alcuni secoli addietro dalla facoltosa famiglia savocese dei Fleres. È attualmente chiesa parrocchiale delle frazioni savocesi di Rina, Contura, Mortilla e San Francesco di Paola. Da settembre 2014, vi esercita le funzioni di parroco don Gennaro Currò.Chiesa di San Nicola, è ubicata nella frazione Contura, antica cappella di campagna, risale presumibilmente alla fine del XVII secolo. Dipende dalla chiesa parrocchiale di Santa Rosalia a Rina.Il convento dei Cappuccini e la cripta (XVII secolo)Il Convento (1603)I frati cappuccini, su iniziativa di padre Girolamo da Montefiore e di padre Girolamo da Castello, fondarono in Savoca, nel 1574, il loro primo convento, edificandolo su di un terreno donato dal sacerdote don Giovanni Coglituri; era dedicato a sant'Anna. Si trovava ad una certa distanza dal centro abitato, in località Cucco-Santa Domenica. Ai primi del Seicento, però, questo sito dovette essere abbandonato, poiché estremamente soggetto a frane, si optò per un luogo più sicuro e più vicino al centro abitato.L'odierno convento venne edificato tra il 1603 ed il 1614, ad opera del padre generale Lorenzo da Brindisi e del padre provinciale Girolamo da Polizzi. Si costruì su un vasto terreno donato ai cappuccini dal nobile savocese Antonio Crisafulli con atto del notaio Cesare Petrafitta. È una struttura imponente che domina il centro abitato e le valli che lo circondano. È composto da due piani fuori terra, al piano terra si trovano la biblioteca, il refettorio e la cucina, mentre al primo piano sono allocate le venti celle dei frati. Nella biblioteca rimane ben poco dell'immenso patrimonio letterario un tempo presente, tuttavia, nel refettorio, si possono ancora ammirare alcuni affreschi dipinti da Frà Gaetano La Rosa nel 1608. Accanto al convento c'era un grande orto che veniva coltivato e contribuiva al sostentamento dei frati. Al 3 marzo 1650, nel convento dimorano 10 frati, i quali "si sostentano delle elemosine del popolo".Il convento dei cappuccini, al pari di quello dei domenicani, tra il XVII ed il XIX secolo, ebbe grande rilevanza culturale nell'ambito della società savocese, costituendo il punto di riferimento per la formazione umanistica, scientifica e giuridica dei pochi privilegiati che in quegli anni avevano la possibilità di studiare. Le statistiche cappuccine relative ad un lungo arco di tempo compreso tra il 1616 ed il 1978, riportano i nomi di ben 31 religiosi di rilevante importanza, vissuti nel convento savocese. Tra i tanti frati che anticamente dimorarono nel convento, si ricordino: frà Francesco da Savoca (+1654), padre Giovanni da Giampilieri (+1665), padre Antonio da Savoca (+1751), autore di un manoscritto inedito di filosofia, frate Benedetto Scarcella da Savoca (+1761) ed infine, padre Placido Prestipino (1690-1754) e frà Bernardo da Limina (1693-1777); la salma mummificata di quest'ultimo religioso si trova esposta nella cripta del convento. Nel 1866, il Regno d'Italia incamerò il convento e l'orto dei cappuccini di Savoca, i quali, tuttavia, poco tempo dopo, "vennero ricomprati dai frati". Da non dimenticare, tra i frati vissuti nella prima metà del XX secolo, padre Giampietro Rigano da Santa Teresa di Riva (1881-1950) e padre Basilio Gugliotta da Naso (1880-1964) entrambi autori di svariate monografie sulla storia di Savoca e dintorni. L'ultimo frate cappuccino che visse nel convento fu padre Anselmo da Savoca, al secolo Salvatore Trischitta (1895-1978). Nel 1990, gran parte dell'orto del convento viene espropriato dal comune di Savoca, che vi realizzò il Parco Comunale. Il convento è in ottimo stato di conservazione, è gestito da un'associazione religiosa ed è messo a disposizione di gruppi e di villeggianti.La chiesa del convento dei Cappuccini (1603)Annessa al maestoso edificio del convento, è dedicata a San Francesco d'Assisi, ospita al suo interno una tela della Madonna di Loreto, della prima metà del Cinquecento , attribuita ad Antonino Giuffré; un cenacolo del 1634 ed un'altra tela raffigurante la Vergine degli Angeli, entrambe attribuite a frate Umile da Messina, allievo di Alonso Rodriguez, che fu discepolo del Caravaggio. Si possono altresì ammirare due altari in marmo ed in legno, nonché una pregevole statuina settecentesca raffigurante Santa Maria Bambina. Sull'altare maggiore troneggia la tela della "Sacra Famiglia" che rappresenta la Madonna col Bambinello Gesù in braccio che benedice la città di Savoca, secentesca, riprodotta ai suoi piedi. All'interno della chiesa sono presenti cinque sepolture: una a sarcofago, appartiene all'imprenditore don Antonino Russo Gatto (1809-1868); le altre quattro sono al livello del pavimento, nella prima troviamo sepolti i frati che nel corso dei secoli vissero nel convento, poi troviamo quella dell'avv. Domenico Scarcella (1779-1850) del 1843, segue quella dell'avv. Giuseppe Trimarchi (1822-1878) del 1845, infine, ai piedi dell'Altare maggiore, si scorge quella del giudice Onofrio Prestipino (1768-1855), del 1843, gli ultimi tre personaggi ricoprirono tutti la carica di Sindaco di Savoca nel corso del XIX secolo. Molte delle opere d'arte del convento sono custodite, al fine di impedirne il furto, nel convento dei Cappuccini di Cefalù.La cripta dei cappuccini (1603)Realizzata agli inizi del Seicento nei sotterranei della chiesa del convento e dell'antistante piazzetta, ha un'ampiezza di m. 14x4,25. Racchiude 37 cadaveri mummificati appartenenti a patrizi, avvocati, notai, possidenti, preti, monaci, abati, medici, poeti, magistrati, una nobildonna e tre bambini, tutti appartenenti alla ricca e potente aristocrazia savocese.Non si conosce l'origine dell'usanza dell'imbalsamazione dei cadaveri; venne forse introdotta, circa tre millenni addietro, dai Fenici, i quali l'avevano appresa dagli Egizi. Tuttavia, una tesi afferma che, nel corso del XVI secolo, i frati Cappuccini avrebbero appreso le tecniche di imbalsamazione in Sud America, le quali, attraverso la Spagna, sarebbero giunte in Sicilia. La mummia più antica risale al 1776, ed appartiene al notar Pietro Salvadore, la più recente è del 1876 ed appartiene a Giuseppe Trischitta. Il procedimento di mummificazione durava sessanta giorni, era detto dell'essiccazione naturale; consisteva, prima nell'immergere per due giorni la salma in una soluzione di sale e aceto, successivamente, dopo aver proceduto allo scolo dei visceri, nel distenderla nella cripta della Chiesa Madre dove, sfruttando il gioco delle correnti d'aria, avveniva la naturale essiccazione del cadavere. Infine, la mummia veniva elegantemente vestita e si procedeva a traslarla solennemente nel sito in questione. Il procedimento di mummificazione veniva effettuato direttamente dai frati Cappuccini ed era abbastanza costoso. La cripta dei Cappuccini di Savoca ha suscitato, nel corso del XX secolo, l'interesse di molti illustri scrittori, come Ercole Patti, Leonardo Sciascia e Mario Praz.Tra i numerosi personaggi imbalsamati, si ricordano ancora:Pietro Salvadore (1708-1776), notaio, risulta essere la mummia più antica.Frate Bernardo da Limina (1693-1777), frate cappuccino morto in "odore di Santità".Nicolò Toscano della Zecca (+1790ca), definito come "marchese", possidente terriero.Don Giuseppe Nicòtina (1714-1795), Arciprete di Savoca nel XVIII secolo.Giuseppe Mirone, (+1830?), notaio originario di Acireale e residente a Pagliara.Francesco Trimarchi-Prestipino (1780-1831) illustre medico e fisico (erroneamente individuato come "avv. Michele Trimarchi").Don Marcello Procopio (1773-1844), sacerdote in Savoca.Don Nicola Procopio (1754-1834), sacerdote in Savoca e fratello del precedente.Don Antonino Garufi (1775-1842), abate, sacerdote, erudito poeta e letterato.Barone Altadonna (+1855?); personaggio misterioso.Vincenzo Garufi (+1850?), ricco possidente terriero.Marco Fleres-Trischitta (1800-1852), Giudice circondariale di Savoca.Luigi Trischitta-Trimarchi (1784-1858); notaio, politico e possidente fu più volte sindaco di Savoca tra il 1821 e il 1850.Paolo Cacopardo (+1860?), individuato come "barone", ricco possidente terriero.Vincenzo Trischitta-Nicòtina (1818-1862), avvocato, misteriosamente assassinato. Padre dello storico Giuseppe Trischitta.Giovannino Patti (+1863), nobile.Don Giovanni Coglituri, (sec XIX?) Sacerdote in Savoca.Francesca Trimarchi-Prestipino (1792-1865), nobildonna, moglie del successivo notaio Vincenzo Crisafulli; è racchiusa in una bara e invisibile al pubbllico.Vincenzo Crisafulli-Nicotina (1794-1868), notaio e politico, padre degli accademici sac. Giuseppe e prof. Michele Crisafulli Trimarchi.Antonino Scarcella-Prestipino (1820-1871), avvocato e possidente.Giuseppe Trischitta (+1876), nobile possidente, risulta essere la mummia più recente.I corpi sono rivestiti con elegantissimi abiti d'epoca e danno mostra di sé nelle nicchie e nelle bare in cui sono racchiusi.Nel 1985 molte delle mummie esposte nella cripta sono state oggetto di un grave atto teppistico; uno squilibrato, penetrato furtivamente e nottetempo nella necropoli sotterranea, le ha imbrattate con della vernice verde; pochissime salme sono state risparmiate ma oggi, dopo 30 anni è stato concluso l'intervento conservativo di dette mummie.Padre Giampietro Rigano (1881-1950)È grazie alle ricerche ed agli scritti di p. Giampietro da Santa Teresa che veniamo a sapere di molte notizie inedite sull'antica città di Savoca. Per tale motivo appare utile fornire alcune notizie biografiche su questo religioso e storico locale. Padre Giampietro, al secolo Giuseppe Rìgano, nacque a Santa Teresa di Riva il 21 marzo 1881. I genitori, Carmelo Rìgano ed Angela Irrera erano entrambi agricoltori, Giuseppe era il primo di otto figli. Condusse i primi studi a Savoca (proprio presso il convento dei Cappuccini) e il 12 maggio 1898 intraprese il noviziato nel Convento di San Marco d'Alunzio. Nel 1902 vestì l'abito Cappuccino e il 27 settembre 1903 venne ordinato sacerdote a Palermo. Tra le sue principali occupazioni si annovera la cura dei malati: fu, per tanti anni, Cappellano dell'Ospedale "Piemonte" di Messina. Nel corso della sua esistenza, dedicata all’amore del prossimo, trovò anche il tempo di dedicarsi alla ricerca di notizie storiche sulla sua terra, rivelando spiccate doti di erudito e di storico-archivista. Tra i suoi scritti si annoverano:Raccolta di notizie sulla Santa Religione Cattolica e su altri avvenimenti in Santa Teresa di Riva e suoi dintorni (1936);Tradizioni e credenze nella Sicilia Nord Orientale (1938);numerose altre sue opere storiche sono ancora inedite e vengono custodite dagli eredi. Morì a Messina il 7 febbraio 1950 e riposa nel cimitero di Santa Teresa di Riva. Nel 2012, la sua città natale gli ha intitolato solennemente una via del centro storico.Architetture militariCastello di Pentefur, ridotto a rudere, sorge sul colle omonimo sovrastante l'abitato. Ospitò la residenza estiva dell'archimandrita di Messina. Il castello faceva sistema con numerose torri litoranee appartenenti al territorio di Santa Teresa di Riva (Torre Catalmo, Torre dei Saraceni, Torre del Baglio, Torre Avarna, Torre Varata, Fortino di Ligoria).Altre architettureLa Porta della Città (XII secolo)Come precedentemente accennato, i Normanni cinsero la città di Savoca con un'ampia cinta muraria dotata di due porte d'accesso, una all'estremità sud (quartiere San Giovanni) e l'altra all'estremità nord (quartiere San Michele). Di queste fortificazioni difensive, è ormai visibile soltanto la porta del quartiere San Michele. Si presenta come un arco a sesto acuto in pietra arenaria, risalente al XII secolo. Fino al XIX secolo via San Michele, strada d'accesso alla porta, non era altro che una ripida scalinata scolpita nella roccia viva. Fino al 1918, erano ancora presenti le porte in ferro, che, nel Medioevo, venivano aperte all'alba e chiuse al tramonto. Il manufatto è stato restaurato nel 2009.Palazzo Trimarchi - Bar Vitelli (XVIII secolo)Antico palazzotto nobiliare a due elevazioni fuori terra ed un piano seminterrato adibito a cantina; presenta uno stile neoclassico siciliano ed è situato in Piazza Fossìa, nel quartiere del Borgo, vicino al Municipio. Presenta tre eleganti balconcini con mensole in pietra intagliata e due portali ( sempre in pietra) finemente lavorati. Venne edificato tra la fine del Seicento ed i primi del Settecento dalla facoltosa famiglia dei Trimarchi, come loro residenza, e, sempre da questi, venne restaurato nel 1773. Era uno dei palazzi più importanti e in vista della Savoca antica. Nel luglio 1820, durante i Moti del 1820-1821 venne assalito durante un grave tumulto popolare. Nel corso della seconda metà del XX secolo, non essendo più abitato dai proprietari, il primo piano ha ospitato la scuola media di Savoca e la direzione didattica. Al piano terra di questo antico edificio si trova il piccolo bar in cui nel 1971 vennero girate alcune scene del film Il padrino di Francis Ford Coppola. Il bar è ancora soprannominato "Bar Vitelli". Attualmente, il primo piano del palazzo è chiuso al pubblico perché in fase di restauro. Nel mese di aprile del 2014, Savoca e il Bar Vitelli sono stati scelti come set dello spot pubblicitario della Birra Moretti, per la regia di Rocco Papaleo e con la partecipazione di Orso Maria Guerrini, alcune scene dello spot sono state altresì girate nel vicino borgo di Forza d'Agrò.Casa medievale con finestra bifora (XV secolo)Antica costruzione tardo medievale realizzata verso la fine del Quattrocento; viene citata in molti antichi testi per il suo "stile greco". L'edificio venne restaurato verso la fine del Seicento. Ha uno stile gotico-spagnolo, tipico della Sicilia del tardo Quattrocento; il successivo restauro del XVII secolo ha dato, altresì, al manufatto un ulteriore sapore ispanico-fiammingo. Il portale d'ingresso è ornato con gigli borbonici settecenteschi. Appartenne nei secoli scorsi alle facoltose famiglie locali dei Fleres e dei Trischitta. Tra il 1909 ed il 1927, ospitò gli uffici municipali del comune di Savoca. Negli ultimi cento anni è appartenuto alle famiglie Rizzo e Altadonna. Il pregevole monumento venne propagandato nel 1928 dal Touring Club Italiano. L'edificio è sottoposto al vincolo di tutela architettonica, si presenta in buono stato di conservazione ed appartiene alla famiglia Cantatore.Antico palazzo della Curia e antico Carcere (XIV secolo)A testimonianza dell'antico Palazzo della Curia, sito in via San Michele, addossato alle mura cittadine proprio accanto alla porta della città; rimane ben poco, solo le pietre angolari. Sul sito in questione si trova l'edificio dell'ex ufficio di collocamento, che ospita una rivendita di vino e prodotti tipici siciliani.L'antica curia, era un edificio a tre piani, di proprietà dell'Archimandritato del Santissimo Salvatore, avente valenza monumentale, edificato nel XIV secolo. Stando a quanto riferisce lo storico locale Santi Muscolino, questo edificio era caratterizzato dalla presenza, nel prospetto principale, di due archi in pietra arenaria a sesto acuto di pregevole fattura. Fin dalle origini ospitò al suo interno gli uffici municipali e giudiziari. Verso la metà del Settecento risulta appartenere al cav. Verdura. Dal 1812 divenne proprietà del Comune di Savoca che continuò ad adibirlo a municipio. Dal 1817, oltre al municipio, divenne sede del Regio Giudicato e del carcere del Circondario di Savoca. Il 23 luglio 1820 venne assalito e danneggiato durante un tumulto popolare. Il Terremoto del 1908 lo lesionò irreparabilmente, tanto che dovette essere demolito. Dal 1927 gli uffici municipali sono ospitati nella sede attuale.L'antico carcere della Terra di Savoca, fino al 1795 era ubicato nel villaggio di Casalvecchio. Quando poi questo paese si emancipò dal dominio savocese, le prigioni vennero spostate nel centro di Savoca, in un'ala dell'antico Palazzo della Curia. Del carcere rimangono miseri avanzi murari e una finestra quadrata, chiusa con una grata in ferro battuto, su cui troneggiava lo stemma dell'Archimandrita, rimosso e custodito al museo locale. È ancora visibile all'interno una cisterna che serviva per l'approvvigionamento idrico di buona parte dell'abitato. Dal 1855, quando Savoca cessò di essere capoluogo del suo circondario, andò in disuso. Crollò parzialmente nel 1908 e non fu più ricostruito.La SinagogaLe rovine di quella che, durante il Medioevo, fu la sinagoga dei giudei di Savoca, si trovano a pochi passi dalla Chiesa di San Michele e dal trecentesco Palazzo della Curia (oggi ex Ufficio di Collocamento), proprio alle pendici dell'altura ove sorge il Castello di Pentefur.Il vetusto manufatto è in pessime condizioni di conservazione, invaso da sterpaglie e terriccio alluvionale, all'interno esiste una profonda cisterna. Sono visibili due archi in pietra sul prospetto principale, mentre su quello laterale, si scorge una pregevole finestra in pietra arenaria, ancora in discrete condizioni; caratteristici sono i conci di pietra angolare che collegano detto prospetto con la parete ovest. Non si conosce l'anno di costruzione di questo edificio, si sa solo, grazie ad antichi documenti che lo individuano con assoluta precisione "nel centro e nel migliore luogo" dell'antico abitato, che esisteva già nel 1408. Fruivano di questa sinagoga gli ebrei residenti a Savoca e nei borghi e villaggi vicini.Poiché detto edificio di culto sorgeva in un quartiere abitato da cristiani, perdipiù vicino a chiese ed all'edificio dove si curavano l'amministrazione e la giustizia cittadine, nell'agosto 1470, venne confiscato su ordine del Viceré di Sicilia Lope III Ximénez de Urrea y de Bardaixi. Lo stesso viceré dispose che la sinagoga venisse edificata in altro luogo. La ragione di tale severo provvedimento è da ricercare nel fatto che i giudei savocesi, nell'officiare i loro riti, cantavano inni a voce talmente alta da disturbare le attività dei cristiani che da lì a pochi passi si svolgevano. Di conseguenza, la sinagoga venne rivenduta ad un privato cittadino del luogo, tal Filippo Sturiali, che la trasformò in civile abitazione. Non è dato sapersi ove gli ebrei savocesi stabilirono il loro nuovo luogo di culto. Pochi anni dopo, nel 1492, gli ebrei sono costretti a lasciare la Sicilia. La loro sinagoga divenne una civile abitazione, per secoli; nel XX secolo viene adibita a stalla, poi, dopo il crollo del tetto, è diventata un rudere a cielo aperto. Risulta interessante ricordare che a Savoca esisteva anche un cimitero ebraico, sito in località Moselle, nei pressi della frazione di Rina.Il vetusto manufatto è stato, nel corso degli anni, oggetto di studi da parte di numerosi esperti; nel 1997, si accertò l'orientamento dell'edificio in direzione est-ovest (cioè verso Gerusalemme) e la presenza di una grande cisterna per la raccolta dell'acqua piovana che serviva per le abluzioni rituali. Nel 2014, tra le rovine della sinagoga, è stata scoperta una lapide con sopra scolpita la stella di David. Il 7 agosto 2014, questi ruderi sono stati visitati da un nutrito gruppo di esperti guidati dal rabbino capo di Siracusa prof. Stefano Di Mauro, il quale giunto all'interno della sinagoga, ha suonato il caratteristico Shofar.I palazzi nobiliariCome appena accennato nel capitolo dedicato alla storia, il centro storico di Savoca pullulava di palazzotti nobiliari dotati di un certo interesse artistico e storico. Oltre al settecentesco Palazzo Trimarchi di piazza Fossìa, di cui si è appena parlato, degni di nota risultano:il massiccio Palazzo Salvadore del XVII secolo, versa in ottimo stato e conserva il pregevole portale ad arco in pietra arenaria, è ubicato tra via San Michele e via Chiesa Madre;il Palazzo Crisafulli, sito in via San Michele presso la Porta della Città, ricostruzione del precedente.Dirimpetto al Palazzo della Curia c'è il Palazzo Scarcella, del XVII secolo, che, nonostante sia semi crollato, conserva ancora un elegante balconcino sorretto da tre mensole di pietra finemente lavorate.Il caratteristico palazzo della famiglia Toscano, sito in Via Cappuccini.Pochi ruderi rimangono del Palazzo Nicòtina, improvvisamente crollato, a causa di infiltrazioni di acqua, negli anni 1980, ubicato di fronte alla Chiesa di San Nicolò.L'imponente Palazzo Trischitta, ormai ridotto a rudere, venne demolito verso il 1997 per far posto al Museo Etno-antropologico.Ormai scomparso risulta il settecentesco Palazzo Prestipino, un tempo ubicato nel quartiere Cappuccini.SocietàEvoluzione demograficaLa popolazione della città di Savoca nel corso dei secoli.Anno 1134 - abitanti 2.800Anno 1540 - abitanti 5.145Anno 1652 - abitanti 4.469Anno 1713 - abitanti 5.000Anno 1831 - abitanti 3.285Abitanti censiti Etnie e minoranze straniereSecondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente era di 62 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano: Romania 26 1,46%ReligioneSavoca, quale città dotata di una certa importanza, divenne sede, al pari di Taormina, Messina, Milazzo e Randazzo, di importanti ordini monastici.I Frati Minori Conventuali francescani. Giunsero in Savoca nel XIII secolo per volere di sant'Antonio da Padova. In un primo periodo avevano il loro convento in contrada Misericordia, una zona boscosa situata fuori dal centro abitato sulla strada per Casalvecchio Siculo. I frati si dedicavano alla preghiera ed alla coltivazione del baco da seta.Successivamente, nel 1617, si trasferirono nel cuore del centro abitato, presso una casa venduta da don Giuseppe Trimarchi che fu trasformata in un piccolo convento di cinque stanze. Qualche anno dopo, verso il 1621, edificarono, accanto al convento, la Chiesa dell'Immacolata, trasformata in centro filarmonico. Il piccolo convento dei Frati Minori venne confiscato ed incamerato dallo Stato italiano nel 1866 e, fino al 1989, venne adibito a plesso delle scuole elementari. Ospita un albergo di proprietà comunale.I frati predicatori o domenicani. Presenti a Savoca fin dal 1444, sembra che vi si siano stabiliti per volere dell'archimandrita messinese Luca IV de Bufalis. Il loro Ordine venne elevato a priorato nel 1465 ma venne ridotto a vicariato nel 1474, riottenendo il priorato nel 1588. Avevano il loro convento nel sito ove sorge il municipio. Introdussero in Savoca il culto di santa Lucia da Siracusa ed edificarono, in onore della martire siracusana, accanto al loro convento, una monumentale chiesa. Nell'ottobre 1651, presso il loro convento, istituirono la schola artium per secolari. Tra i religiosi savocesi illustri legati all'ordine dei predicatori si ricordi tra tutti frate Domenico Casablanca, che fu vescovo di Vico Equense e, dopo aver partecipato al Concilio di Trento morì a Vico Equense nel 1564. Il convento domenicano e la monumentale chiesa di Santa Lucia crollarono a causa delle frane del 1880; al loro posto si trovano il municipio di Savoca e l'antistante piazza G. D'Annunzio.I Frati Minori Cappuccini. Il 30 ottobre 1574, il sacerdote savocese don Giovanni Coglituri concesse ai cappuccini la chiesa di Santa Maria di Loreto in contrda Cucco, lì gli stessi frati edificarono il loro primo convento. Tuttavia, ai primi del Seicento, a causa di alcune frane, il sito venne abbandonato, ed i monaci si stabilirono, nel 1614, in un terreno concesso nel 1603 dal nobile don Antonio Crisafulli; lì edificarono il convento di cui abbiamo poco sopra trattato.I gesuiti. Giunsero in Savoca ai primi del XVIII secolo, avendo ricevuto per testamento datato 1708, dai fratelli sacerdoti Benedetto e Paolo Bucalo un grande appezzamento di terreno sito nella Marina di Savoca, su cui sorgevano la Torre dei Saraceni del XII secolo e la chiesetta del Santissimo Crocifisso del 1507. La presenza gesuitica non era limitata solo alla Marina di Savoca, infatti, nel centro storico, i Gesuiti ricevettero l'antica chiesa del Calvario, un antico eremo Basiliano, ormai in rovina, risalente a prima dell'anno 1000. I Gesuiti, restaurarono la chiesa del Calvario, edificandovi una Via Crucis, ingrandirono quella del Santissimo Crocifisso ed istituirono un ospizio nella Torre dei Saraceni. Nel 1767 vennero cacciati dal Governo Borbonico e tutti i loro beni vennero messi all'asta, ne approfittò il marchese Giovanni Carrozza da Milazzo, che, con poco denaro, acquistò l'intero latifondo sito nella Marina di Savoca con la chiesetta e l'antica torre.Tradizioni e folcloreLa Passione di CristoÈ la rappresentazione scenica della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo. Si tiene ogni anno nel giorno della Domenica delle Palme e poi il giorno di Pasqua. Si tratta di una tradizione recente, la prima edizione risale al 2005, tuttavia coinvolge decine di figuranti ed attira in paese centinaia di spettatori, provenienti da ogni parte. Suggestivo scenario della Passione è il centro storico medioevale di Savoca, con i suoi stretti vicoli ed i panorami mozzafiato. La prima scena si svolge nella centralissima piazza Fossìa, ove si rappresentano l'Ingresso di Gesù in Gerusalemme tra le folle osannanti, la Lavanda dei piedi e l'Ultima Cena. Poi il corteo si sposta presso un piccolo uliveto accanto la Chiesa di San Michele, ove si inscenano il tradimento di Giuda Iscariota e l'arresto di Gesù nell'Orto degli ulivi. Subito dopo, nella piazzetta antistante la Chiesa di San Nicolò, si rappresenta il Processo di Gesù davanti ai Sommi Sacerdoti ed al Sinedrio. Seguono, il suicidio di Giuda Iscariota, e, dinnanzi la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, la condanna alla crocifissione emessa da Ponzio Pilato e l'Ecce Homo. Infine, fatto c

Cosa vedere