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Le città abbandonate più belle d'Italia

Bagnoregio, (Viterbo) 2 mesi fa Tempo di lettura: circa 4 minuti

Ci sono luoghi dove il tempo si è fermato: si tratta delle città abbandonate, cristallizzate nell'attimo esatto in cui il nulla si è impossessato di loro. Note anche come "città fantasma", le città abbandonate sono in realtà un vero e proprio patrimonio culturale da riscoprire: decine in Italia, le "ghost town" conservano memoria architettonica, archeologica e naturalistica del passato che fu. Scopriamo insieme le città abbandonate più belle d'Italia!

Città abbandonate: storia, fascino e mistero

Spopolate per le ragioni più varie, da quelle economico-sociali alle calamità naturali, le città abbandonate, spesso piccoli borghi che hanno ceduto il passo alla modernità, rappresentano un inestimabile patrimonio culturale da conoscere, preservare e visitare nel rispetto della loro decadente bellezza.

Questi piccoli borghi-gioiello, svuotati nella quotidianità ma non nel genius loci che li abita, conservano inalterato il fascino dei luoghi che hanno ancora tanto da raccontare e la natura incontaminata, spesso selvaggia, che ne avvolge la memoria.

Oggi molte delle città abbandonate vivono un momento di rinascita grazie a progetti virtuosi, capaci di valorizzarle all'insegna del turismo lento e sostenibile e degli eventi di comuintà che coinvolgono anche i turisti. È così che molti paesi fantasma diventano mete desiderate per le gite fuori porta e occasione di "ritorno" per chi accetta la sfida di restare.

Civita di Bagnoregio, la "Città che muore"

Al centro di un’ampia vallata al confine tra Lazio e Umbria, scolpita da calanchi e forme ondulate d’argilla, si staglia la collina tufacea che ospita Civita di Bagnoregio, anche nota come la "Città che muore" per via dei contnui smottamenti di terreno che la trascinano sempre più a valle.

Il borgo attuale, tra i più suggestivi d’Italia, si raggiunge attraversando un viadotto “appeso” come un antico ponte levatoio ai piedi di una fortezza: ciò che resta del susseguirsi di terremoti e frane inarrestabili. 

Civita di Bagnoregio resiste votandosi a San Bonaventura, la cui grotta sul belvedere rappresenta uno dei luoghi più venerati della zona: si tratta di un’antica tomba etrusca utilizzata nel Medioevo come romitorio e legata alla leggenda del piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, guarito da un male incurabile per mano di San Francesco. L’affaccio dalla grotta è mozzafiato e offre un colpo d'occhio che abbraccia l'intero borgo di Civita, striato di rosso.

Fu il terremoto del 1695 a causare il distacco dell’abitato e la distruzione dell’unica via d’accesso, condannando Civita di Bagnoregio a un destino comune ad altre città abbandonate. Oggi Civita è meta di un turismo crescente che, a dispetto dell’appellativo di “Città che muore”, la vede rinascere come borgo musealizzato tardomedievale, cui si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino con loggetta, opera del Vignola. Nel mese di giugno si tiene anche il tradizionale Palio della Tonna.

Craco, il "Paese fantasma"

Set cinematografico di diversi film ambientati in Basilicata, Craco è una delle città abbondanate più belle del sud. Il borgo antico risale al 1154 e conserva ancora oggi le abitazioni arroccate intorno al torrione quadrato che domina il centro.

Nel 1963 una frana di grosse proporzioni costrinse gran parte degli abitanti di Craco a trasferirsi a valle, in località Craco Peschiera, ma il colpo di grazia fu il terremoto del 1980, che decretò l'abbandono definitivo del borgo e il suo lento scivolare nel novero dei "paesi fantasma".   

La rinascita? Nel 2010, quando Craco entra a buon diritto nella lista della "World Monuments Fund" tra i monumenti da salvaguardare: nasce così un percorso di visita guidata lungo un itinerario messo in sicurezza, che consente di immergersi nell'atmosfera sospesa e incantata di una tra le più affascinanti città abbandonate d'Italia.

Pentedattilo, la "Mano del diavolo" 

Arroccato ai piedi di uno spuntone roccioso a forma di cinque dita, da cui deriva il nome (penta + daktylos = cinque dita), il paese fantasma di Pentedattilo è tra le città abbandonate più misteriose della Calabria, capace di ispirare generazioni di scrittori e artisti, dall'epoca dal Grand Tour ai giorni nostri. 

Frazione di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, il borgo è a tutti gli effetti un set cinematografico a cielo aperto, incastonato tra le prime propaggini del Parco Nazionale d'Aspromonte e avvolto nei colori e nei profumi di una natura davvero incontaminata.

Viuzze inerpicate, case semi-abbandonate oggi divenute botteghe tipiche d'artigianato e B&b, e un'antica chiesa con un meraviglioso campanile, così si presenta Pentedattilo, la cui storia si perde nel mito e nella leggenda. 

Era la notte del 16 aprile 1686 quando il barone Bernardino Abenavoli, accecato dalla gelosia e dall’orgoglio per aver perso la donna desiderata, fece irruzione nel castello degli Alberti, allora marchesi di Pentedattilo, e a colpi di archibugio e pugnale soffocò nel sangue l’intera famiglia, inclusa la sua bella Antonietta.

L’eccidio, noto come “Strage degli Alberti”, ha alimentato nel tempo una serie di profezie, come quella secondo la quale le gigantesche dita di pietra, dette anche “Mano del diavolo”, si chiuderanno sul borgo distruggendolo senza pietà.

Come altre città abbandonate e poi rivitalizzate, anche questo piccolo gioiello della calabria greca diventa sede di importanti kermesse: il Festival Paleariza, dedicato alle espressioni musicali e culturali grecaniche, e il Pentedattilo Film Festival (PFF), rassegna internazionale di cortometraggi.

Curon Venosta, il "Paese sommerso"

L'immagine ormai celebre del campanile che riemerge dal Lago di Resia è il simbolo indiscusso di Curon Venosta, borgo della Val Venosta in provincia di Bolzano noto anche come il “Paese sommerso”, tra le città abbandonate più belle d'Italia.

È il 1950 quando le località di Resia e Curon vengono allagate dalle acque di un bacino artificiale, per la cui realizzazione tutti gli edifici sono rasi al suolo. Tutti tranne uno: il campanile della Chiesa di Santa Caterina, tutelato come monumento storico.

Mentre il borgo assume lentamente le sembianze di un paese sommerso e la popolazione si trasferisce sul lato orientale della valle, il campanile svetta dalle acque, unico superstite di un luogo cancellato dalla storia per diventare, paradossalmente, un'immediata attrazione turistica.

Il vecchio campanile di Curon e la chiesa annessa risalgono al 1357. In inverno, quando il lago è gelato, il campanile è raggiungibile a piedi, anche se la leggenda vuole che proprio durante i mesi invernali le campane prendano inspiegabilmente a suonare, benché rimosse il 18 luglio 1950, poco prima dell’allagamento.

In primavera il livello dell’acqua viene leggermente abbassato per consentire ai professionisti di valutare lo stato di salute del campanile ed effettuare eventuali interventi di restauro e manodopera. I turisti che visitano la Val Venosta e Curon in questo periodo possono approfittarne per scoprire qualche curiosità in più sul paese sommerso.

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