Santuario Demetra c
Area Archeologica

Santuario di Demetra a Macchia delle Valli

Strada Provinciale, 41, Carbognano, (Viterbo) Tempo di lettura: meno di 1 minuto

In località Macchia delle Valli, presso una sorgente d’acqua, sono stati scoperti recentemente i resti di un santuario etrusco-romano. Il complesso è costituito da una serie di ambienti rupestri, di aree cultuali all’aperto e da una piccola struttura costruita (cella) che conservava gli arredi di culto e la statua in terracotta di una divinità femminile. La dea è da identificare con la greca Demetra (etrusca Vei, romana Cerere) ed è raffigurata in trono con nella mano destra una patera umbilicata e nella sinistra, mancante di alcune dita, doveva sorreggere probabilmente un mazzo di spighe. Il culto ha carattere rurale, ctonio ed è legato alla presenza dell’acqua, a cui si attribuirono anche virtù terapeutiche come dimostrato dai numerosi votivi anatomici rinvenuti, che ne attestano il carattere propiziatorio per la fertilità e per la sanatio. La cella è posta entro un anfratto rupestre, dalle cui pareti sembrerebbe essersi staccato un lastrone che, adagiatosi in posizione orizzontale, è stato usato come “terrazza” cultuale. La cella è costruita in lastre di peperino ed ha il tetto a doppio spiovente con i timpani decorati con un disco rilevato. All’interno, sulla parete di fondo, si trova un banco di peperino monolitico su cui era stata adagiata la statua; al centro della parete destra si trovava un tavolino rituale sotto cui erano stati deposti in posizione rovesciata quattro reperti ceramici (tra cui due lucerne di età neroniana); accanto ad esso era un piccolo altare su cui si trovava una moneta bronzea imperiale, interpretabile come l’ultima offerta deposta prima dell’abbandono volontario del santuario. Nell’area di ingresso, coperta in origine da una tettoia, erano alloggiati alcuni apprestamenti per il rituale: una vasca in peperino di raccolta delle acque, un altare, una macina e un focolare. Nella grotta naturale, parzialmente lavorata dall’uomo e atta a ricevere un deposito votivo, è stata scoperta una seconda apertura che metteva in comunicazione l’antro con la vicina cella: in questa zona era una base di peperino con sopra un donario fittile. Altri depositi votivi si trovavano sotto la “terrazza”, nell’area aperta prospiciente e a ridosso della cella. I dati archeologici raccolti dimostrano che il santuario è stato frequentato dalla fine del III sec. a. C fino l’inizio del II d. C.

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