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Esperienze

A lezione di cinema con Santamaria e i Marlene Kuntz

Scritto da Valeria Bonacci, 30/11/18

Sovrapposizione di linguaggi, atmosfere noir, suoni psichedelici. Sono solo le prime impressioni dell’inizio di un viaggio nella pellicola di Murnau. Lo spettacolo, in scena al TAU per il secondo appuntamento prende lo stesso titolo del film - “Il Castello di Vogelod”- per riesumarlo dando corpo, qui e ora, allo spettacolo diretto da Fabrizio Arcuri

A fare da collante, rendendola una pièce totalmente fuori dalle righe e da ogni genere - come ad Arcuri piace fare - sono le musiche originali dei Marlene Kuntz e un solo attore in scena: Claudio Santamaria.

Se è vero che il contemporaneo deve saper leggere il presente senza lasciarsi accecare dai bagliori della nostra epoca, è anche vero che questo non può prescindere dal conoscere ciò che ci ha preceduto. Almeno in sostanza è questo che Agamben dice chiedendosi “Che cos’è il contemporaneo?”. Ed ecco allora checi ritroviamo davanti ad una lezione di cinema, ancor prima di venire risucchiati dallo spettacolo stesso.

Vedendo due grandi nomi, uno della scena musicale e l’altra cinematografica più che teatrale, mi sono chiesta chi fosse il vero front-man di questo spettacolo. Santamaria sarà più mainstream dei Marlene Kuntz, ma il gioco si fa duro. Arcuri senza dubbio sceglie il terzo: Il Castello di Vogelod di Murnau

Niente strabismi: il film è il centro di una scena pulita, che al tempo stesso confonde. Il palcoscenico sembrerebbe allestito per un concerto (Godano alla chitarra, Tesio al basso e alle tastiere da un lato e Bergia alle percussioni dall’altro) se non fosse per il velatino posto davanti a tutta la scena a creare continue vocazioni e per l’antico scrittoio sulla destra. Lì se ne sta Claudio Santamaria: è il nostro capocomico, o Pirandello stesso che, a lume di candela, si abbandona all’ossessione dei personaggi intrappolati in quella pellicola muta. 

 

 

Il teatro (come solo il teatro sa fare) restituisce a questo capolavoro del muto suoni e voce e lo fa con il meglio della scena musicale e attoriale italiana: la cifra stilistica dei Marlene Kuntz è riconoscibilissima e appaga il fatto che Godano non canti nessuna delle loro canzoni.

È qui che abbandoniamo la lezione di cinema per ammirare lo spazio teatrale costruito come spazio acustico: ci è stato concesso di spiare dentro la scatola sonora che si crea tra il pvc e il velatino per assistere al processo di sonorizzazione di un film muto. 

La sensazione è quella di assistere ad una sperimentazione in continuo divenire: grazie anche alla suspense intrinseca del film di Murnau - precursore del thriller – riusciamo a stupirci quasi come se stessimo partecipando alla più pura delle improvvisazioni, nonostante il rigore scenico e la precisione musicale siano del tutto evidenti. La musica è il centro di questo esperimento, musica intesa come «avvenimento sonoro – vocale, strumentale, di rumore – di tutto ciò che è udibile in scena e in sala» come direbbe Pavis: tutti elementi inscindibili che compongono la scatola scenica e si rivolgono al nostro orecchio, dai suoni dei Marlene Kuntz ai live electronics di Santamaria.

Una scatola doppia, quella visiva costruita da Arcuri e quella claustrofobica del film di Murnau: le azioni del film si svolgono quasi tutte all’interno del Castello di Vogelod, quelle della scena teatrale, di rimando, sono statiche e non evadono mai dal loro confine. Il risultato è un puro esperimento di azioni sonore, non nuovo, ma sicuramente riuscito.  

Il contesto non poteva essere dei migliori: siamo all’interno dei Teatri in Campus, precisamente al Teatro Auditorium dell’UniCal, un luogo che vanta un cartellone in pieno equilibrio tra tradizione e teatro contemporaneo, italiano e internazionale. Un teatro che assurge alla sua funzione: ideare una proposta artistica in grado non solo di aprirsi al territorio, ma che possa al tempo stesso essere occasione di insegnamento per i suoi studenti anche attraverso questo tipo di spettacoli, tra teatro, musica e cinema. 

 

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