Parma e le due “Certose” di Stendhal - ViaggiArt
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Parma e le due “Certose” di Stendhal

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2 anni fa
Parma

Nel 1814 Henry Beyle, in arte Stendhal, visitò Parma. Venticinque anni più tardi, lo scrittore scelse la città quale scenario per il suo grande romanzo, “La Certosa di Parma”, una delle massime espressioni letterarie del Romanticismo francese.

Ambientata nell’Italia settentrionale di primo Ottocento, a partire dalla campagna di Napoleone a Waterloo, inizialmente nei pressi del Lago di Como, quindi nella corte di Parma, la storia segue le vicende di Fabrizio Valserra, giovane discendente della dinastia dei del Dongo. Verso la fine del romanzo, Fabrizio si ritira presso la Certosa di Parma che, quale “luogo di carta”, viene vagamente collocata tra i boschi, nei pressi del Po, “a due leghe da Sacca”.

In effetti, il monastero che dà il nome al romanzo non è mai stato individuato con certezza. I protagonisti non si muovono in una città reale, piuttosto in un luogo immaginario e in un tempo altrettanto “rarefatto”: la Certosa stessa, così come i personaggi, sono solo il simbolo del conflitto e della rivoluzione. Inutile quindi ricercare strade, piazze e chiese trasformate da luoghi reali in simboli eterni? Non del tutto!

A Parma, due monasteri si contendono il titolo di “Certosa stendhaliana”: l’Abbazia di Paradigna (detta anche Badia di Valserena o Convento di S. Martino dei Bocci), sulla via che porta a Colorno, e la Certosa di Parma, su Via Mantova, fondata dai certosini nel 1285. Il primo complesso è un’abbazia cistercense la cui chiesa conserva, tra le originali forme gotiche, frammenti di affreschi cinquecenteschi; il secondo, completamente trasformato rispetto alla struttura originale, è un suggestivo esempio di “illusionismo scenografico” barocco.

Benché non è dato sapere quale sia la “vera” certosa che ispirò Stendhal, un fatto è certo: durante il Grand Tour, i luoghi dell’arte e della storia italiana toccarono il suo animo così nel profondo da suscitargli la nota sindrome, in un’estasi di emozioni da togliere il fiato.

 

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. […] Ebbi un battito del cuore… camminavo temendo di cadere”.

(“Roma, Napoli e Firenze”, 1817)

Eliana Iorfida

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