Ferramonti di Tarsia, un kibbutz di musicisti e umanità | ViaggiArt
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Ferramonti di Tarsia, un kibbutz di musicisti e umanità

CC BY
1 anno fa
Tarsia, (Cosenza)

“Il più grande kibbutz del continente europeo”, così lo storico ebreo inglese Jonathan Steinberg definì il campo di internamento di Ferramonti, nel Comune di Tarsia, in provincia di Cosenza.

Certamente fu uno dei campi di internamento più popolosi per ebrei, apolidi, slavi e avversari del regime aperti da Mussolini tra giugno e settembre del 1940. La struttura, a baraccamenti, con una recinzione composta da una staccionata di legno sormontata dal filo spinato, comprendeva 92 capannoni nei pressi del fiume Crati.

Oggi del campo originario rimane poco, ma la Fondazione Museo Internazionale della Memoria di Tarsia ha reso omaggio agli internati e ai loro familiari recuperando i resti di alcune baracche, ma soprattutto i documenti, le lettere e le testimonianze che per molti aspetti raccontano una storia “anomala” rispetto alla disumana narrazione di quegli anni.

 

Il suono della Memoria

Sarebbe improprio definire Ferramonti “un’isola felice”, tuttavia la storia che vi si scrisse rifugge le atrocità commesse in altri luoghi e la memoria calabrese restituisce un racconto che stupisce e commuove.

È possibile che dal campo di internamento di Ferramonti provenissero note di jazz, klezmer e canzonette? Proprio ieri, 26 gennaio, durante l’annuale “Concerto per il Giorno della Memoria” a Santa Cecilia in Roma, sono state eseguite le composizioni dei tanti musicisti detenuti a Ferramonti: dal trombettista Oscar Klein al direttore d’orchestra Lav Mirski, dal pianista Sigbert Steinfeld al cantante Paolo Gorin, solo per citarne alcuni.

L’arte strideva con una realtà drammatica e aiutava ad accettarla, rendendo Ferramonti un luogo di detenzione “umano”. Nessuno degli internati subì mai violenze, né fu direttamente deportato in Germania. Le testimonianze pervenute raccontano di una comunità libera di organizzarsi con propri rappresentanti e di una struttura dotata di scuola, biblioteca, teatro e luoghi di culto diversi per ciascuna confessione.

I funzionari di polizia che si avvicendarono al comando di Ferramonti, da Paolo Salvatore a Leopoldo Pelosio e Mario Fraticelli, così come il cappellano del campo, il padre cappuccino fra’ Callisto Lopinot, entrarono spesso in contrasto con le milizie tedesche e furono unanimemente ricordati come figure di grande umanità.

Su tutti il maresciallo Gaetano Marrari, altrimenti noto come “il Perlasca calabrese” per essersi rifiutato più volte di eseguire ordini “ingiusti” e aver escogitato uno stratagemma memorabile, raccontato dalla figlia Cristina in diverse occasioni, che allontanò la tragedia dal campo. Pare infatti che in fase di ritirata, durante gli ultimi rastrellamenti tedeschi per deportare gli ebrei in Germania, il maresciallo fece issare sul campo la bandiera gialla segno di un’epidemia di colera in atto, salvando così la vita di centinaia di persone.

 

Eliana Iorfida

 

PhCredits: crisograf/123rf 

Tarsia

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